I miss you, God..

18 Febbraio 2007 28 commenti


Ho sentito la mancanza di Dio stasera.
Mentre da una parte si accendeva un sorriso, dall’altra si spegneva una luce.
Nel frattempo Ratzinger parla di una lobby contro la famiglia, ma non dice nulla di Filippo Raciti.
E le disparità sociali, le periferie del mondo, un missionario in Brasile.
E’ possibile che un pittore si debba necessariamente chiamare Van Gogh e un’azienda debba necessariamente essere una multinazionale?
Non esistono le vie di mezzo.
Aborigeno o Presidente. Principe del foro o grande boss.
E gli artisti da strada, i factotum delle agenzie di disbrigo pratiche che fanno la fila ad uno sportello di un ufficio pubblico e il professore di educazione tecnica della scuola media inferiore che spiega ad una platea sorda che il rame è un metallo duttile e malleabile?
Attori, operatori ecologici, ballerine di cabaret, periti aziendali corrispondenti in lingue estere, uscieri, predicatori convinti che finalmente, prima o poi, arriverà la fine del mondo e tutti, prima di morire, saranno costretti a dirgli che avevano ragione, ma che ruolo avranno? Esisterà uno spazio dedicato a loro?
Potrò ancora incontrare un corniciaio nella sua bottega aperta al pubblico o dovrò cercarlo nelle liste della carboneria e poi andarlo a trovare nello scantinato di un convento abbandonato, battendo alla porta con tre tocchi veloci e tre distanziati?
Pippo Baudo si è beccato la scomunica pur di essere ancora una volta popolare, ma a lui peserà poco, perché è Pippo Baudo.
E a Welby quanto peserà non aver potuto assistere dall’alto al suo funerale?
Che speranza può esserci di ridimensionare questa follia?
Che senso ha porsi tutte queste domande sapendo in partenza che non ci saranno mai delle risposte?
Mi sforzerò di far riaccendere quella luce, con la consapevolezza che sarà sempre un mezzo insuccesso.
Ho sentito la mancanza di Dio stasera..

28.10.2006 – Un giorno come un altro

3 Novembre 2006 26 commenti


Oggi ho interrogato il pallore del mio volto e ho cercato di sciogliere i nodi che sentivo formarsi sotto la mia pelle.
Ho incontrato delusione e rabbia. Rabbia per un tradimento tanto banale quanto pietoso.
E riguardavo indietro, alle tante ore chiuso fra quelle mura e al mio entusiasmo celato, di cui mi pento.
E riguardavo avanti, verso sogni di campagna lontana, forse irraggiungibile, e di nuova vita.
Poi la terra ha tremato e anche stavolta non ho avuto paura.
Poi ho guardato a nord-ovest, verso quell’alto pennacchio di fumo e ho visto il fuoco emergere dalle viscere della terra e scorrere verso valle.
La città avvolta da una rada foschia appiccicosa sembrava soffocare dei suoi stessi miasmi.
Un sorriso è affiorato sulle mie labbra e ho sentito l’amaro fiele scorrere lungo i miei fianchi e allontanarsi da me.

Ricordi di note

6 Ottobre 2006 21 commenti


Carissimo G,

lo so che domenica ci vedremo e che avrei potuto dirti queste cose a voce, ma, come sai bene, in certi frangenti sono più bravo a scrivere che a parlare.

Stamattina ero in macchina per andare al lavoro.
Per me è un momento quotidiano di pensieri e riflessioni e stavo pensando all’amicizia e a quanto mi senta fortunato ad avere amici come te, M e G. Pensavo alla forza dell’affetto che c’è fra noi e a quanto sia inossidabile.

Arrivato a V.. mi sono fermato nella mia “putìa” preferita per farmi fare un panino col prosciutto crudo che mi avrebbe fatto da pranzo.
Avevo appena parcheggiato quando Platinette, su radio DeeJay, ha ricordato che oggi ricorre la nascita di un grande cantante italiano, purtroppo scomparso prematuramente.
Il grande Ivan Graziani.
Lo ha citato con molta serietà e commozione, quindi ha lanciato “Firenze, Canzone Triste”.

Non sono riuscito a scendere dalla macchina. Ho chiuso i finestrini e ho cantato piano la canzone, per non superare il volume della radio. L’ho quasi sussurrata, mentre mi godevo la voce di Ivan e, nel frattempo, pensavo a noi. A quando imbracciavi la tua 12 corde e davi le prime pennate fino al completamento del giro d’apertura.
E iniziavo a cantare.
Mi è sembrato fosse passato un secolo, ma un attimo dopo mi pareva fosse solo ieri.

Il pezzo è finito e ho spento la radio, ma non potevo ancora scendere dall’auto, perché mi sono accorto d’avere gli occhi pieni di lacrime.

Un attimo prima in radio parlavano di finanziaria, tassa sui suv e attentati terroristici.
I clacson impazziti alla circonvallazione non li sento neanche più, sono un “noise” di fondo come quello dei vecchi dischi in vinile o di un amplificatore svalvolato.
E gli sguardi ostili della gente agli incroci, pronti a rubare una precedenza o accelerare a un semaforo giallo. Non mi fanno più impressione.

Ma se in un momento come questo, in cui è necessario correre sempre di più, in cui bisogna essere rampanti per non essere tagliati fuori, in cui un metronomo impietoso batte tempi sempre più disumani, c’è ancora spazio per commuoversi ascoltando una canzone e pensando ad un amico, c’è ancora speranza.

Ti abbraccio con affetto,
C

Barcelona

10 Agosto 2006 50 commenti


Le Ramblas affollate di turisti e venditori erano già un ricordo mentre ci inoltravamo nel “barrio del Borne”.
Ogni vicolo un’occhiata rapida e poi via, avanti così, sperando che la Champagneria non fosse chiusa.
Lei voleva assolutamente che pranzassimo lì, con pane e chorizo e cava. Un posto da universitari, dove si spende poco per il cibo e l’allegria è gratis. Un posto senza turisti, dove sembra che ci si conosca tutti, anche coloro, come me, che non ci hanno mai messo piede prima.
Il vicolo giusto era uno dei più “desolati”. Nessun negozio, nessun pub, solo saracinesche chiuse ricoperte di murales variopinti.
Affrettò il passo per arrivare prima possibile a quella porta e mi sembrava d’udire il suo cuore battere sempre più velocemente. L’ingresso rientrato rispetto ai muri esterni ci impedì di capire finché non fummo davanti alla porta. Ed era aperta, come speravamo.
Nel suo volto esplose un sorriso che fece impallidire il sole e illuminò il locale buio e fumoso dove stavamo per entrare.
Mi prese per mano e, con una stretta energica, mi condusse all’interno.
C’era tanta gente, tutti giovani, tutti in piedi. La luce si confondeva col fumo e la musica si confondeva con le voci.
Il locale era stretto e profondo. Lungo i muri correvano delle mensole, ad altezza di braccio, che permettevano appena di poggiare bicchieri e bottiglia.
Non fu facile arrivare al banco e trovare lo spazio per ordinare due chorizo e una bottiglia di cava rosè.
Lei non smetteva di sorridere e cercava di leggere nei miei occhi le mie sensazioni. Voleva capire, senza dire una parola, se quel posto faceva per me, se aveva indovinato la scelta su dove trascorrere il nostro pranzo. Io non smettevo un solo istante di guardarmi attorno. Eravamo appoggiati gli uni agli altri e ogni gruppo parlava animatamente e tutti sorridevano davanti ai bicchieri col gambo, con la coppa rotonda e bassa, dalla quale era praticamente impossibile bere senza che un filo di quel vino rosa, lievemente frizzante, colasse giù dagli angoli della bocca.
Il pavimento era un tappeto di tovaglioli di carta sporchi. Erano talmente tanti che non si riusciva a vedere il rivestimento sottostante. Ogni tanto qualcuno passava con scopa e paletta a far pulizia, ma dopo pochi minuti era nuovamente pieno.
E guardavo i cuochi dietro al bancone, con quanta maestria preparavano le loro prelibatezze in quel caos senza fine.
Sarebbe stato impossibile cadere, tanto eravamo vicini gli uni agli altri. A noi serviva un po’ di mensola per la bottiglia e i bicchieri e mentre ci guardavamo attorno per trovarla, dei ragazzi hanno spostato le loro cose per farci spazio e ci hanno invitati a servircene con un sorriso.
Quella salsiccia calda e piccante richiedeva di portare spesso il bicchiere alle labbra e la bottiglia si svuotava rapidamente.
L’odore del cibo e quello dei corpi si miscelavano magnificamente, rendendo l’aria all’interno del locale piacevole da respirare.
Mi guardava coi suoi occhi vispi dritto nei miei e non le era difficile leggervi quanto fossi a mio agio lì, con lei.
Il suo sorriso si trasformò lentamente in un’espressione seria, pensierosa, ma gli occhi non si staccarono mai dai miei.
Smisi di portare cibo e vino alle labbra e lei fece lo stesso.
Ci avvicinammo senza mai smettere di guardarci negli occhi, finché le nostre labbra si incontrarono, si studiarono, si dischiusero. E invece del sapore di cibo e vino conobbi il suo sapore, che era infinitamente più buono, più dolce, di qualsiasi cosa avessi mai avuto modo di assaggiare in vita mia.

Frankfurt & The Boss

19 Maggio 2006 37 commenti


Due cose si notano subito in quella città: la pulizia e il traffico!
Due elementi in antitesi, il primo indice di grande civiltà, che si respira anche in tante altre cose, il secondo indice di disorganizzazione, di infrastrutture inadeguate.
Frankfurt è moderna ad ogni costo. Frankfurt abbatte le vecchie case, con le travi incrociate di legno a vista, per costruire grattacieli.
L’ho vista altre volte, ma non la conosco… non ho voluto conoscerla, coi suoi elementi architettonici che vorrebbero farla uscire dall’anonimato, senza riuscirci, secondo me.
Ma stavolta è stato diverso!
Stavolta a Frankfurt c’era The Boss!
Il biglietto, acquistato molto tempo prima su internet a caro prezzo, ha impiegato un mese per arrivare. Qualcosa si era inceppato nella brillante macchina organizzativa teutonica. E non è neanche la prima volta!
La FestHalle era praticamente deserta al suo interno quando, verso le 7, sono entrato. Non riuscivo a capire, mancava un’ora al concerto e c’erano solo un centinaio di ragazzi ammassati sulle transenne davanti al palco. Molti di più erano davanti ai bar a bere grandi birre bionde.
Alle 7.55 metà dei posti era occupata, ma su internet il concerto era stato dato per sold out.
Alle 8.10 era completamente pieno!
Il popolo del Boss si riconosce subito, perché vibra, pulsa, anche se dietro qualche chilo di troppo o un po’ di capelli bianchi. Ma non mancavano le bandane, i jeans attillati, i fazzoletti rossi attorno al collo e le immancabili magliette dei vari tour.
Alle 8.15 è uscita la band e il pubblico è esploso. Il gelo tedesco si è sciolto in un solo istante quando Bruce ha dato la prima pennata alla sua chitarra!
E non si è fermato più! E’ andato avanti senza sosta per oltre 2 ore e mezza.
Erano circa 20 sul palco. Una band messa insieme per il tributo a Pete Seeger, con fiati e violini, per riportare sul palco quella musica folk che fa da contenitore ai grandi generi americani come il blues e il rock&roll.
Il pubblico continuava a rispondere alla grande e The Boss non si tirava indietro. Ha ancora energie da vendere quell’uomo, coi suoi 56 anni!
Tutto il concerto in piedi, ballando, tutti insieme, in 12.000.
Frankfurt rimane per me una città anonima che non conosco, ma stavolta lì ho incontrato qualcuno che non me la farà mai dimenticare.

Cannoli!

25 Gennaio 2006 76 commenti


Il cameriere dal viso rubicondo si muoveva svelto verso il mio tavolo e aveva una strana luce negli occhi.
Quando fu vicinissimo le sue labbra si schiusero per lasciare posto a un grande sorriso e lo sguardo diventò sempre più eloquente, quando si andò a poggiare, con un sopracciglio inarcato, sul piatto che reggeva.
Quindi esclamò con soddisfazione: “E ora, per concludere, mangiatevi ‘sta meraviglia!”.
Era tanta l?ammirazione che mostrava per il contenuto del piatto che mi aspettavo che da un momento all’altro un rivolo di saliva potesse fuoriuscirgli dall’angolo della bocca, e colare giù, sempre più giù, fino al piatto.
Ma per fortuna non accadde!

E il piatto con quei meravigliosi cannoli trovò posto al centro della tavola!

Il pranzo era stato più che sostanzioso, ma nessuno pareva volersi tirare indietro.
Dopo qualche minuto trascorso a studiare “la preda” e a fare i soliti stupidi commenti circa il suo contenuto calorico, si videro numerose mani che si davano da fare per accaparrarsi l’esemplare precedentemente adocchiato.

Quello che presi di mira aveva “la bocca larga”, e faceva capolino dal bordo del piatto. Mostrava la ricotta candida ricoperta dalla granella di mandorle e sembrava supplicarti di prenderlo.
Lo afferrai e ne osservai le asperità dovute all’alta temperatura di cottura. Sembravano piccoli crateri. La consistenza era turgida, quindi erano stati appena riempiti.

Lo annusai.
Il profumo della ricotta era intenso e delicato al tempo stesso e si stemperava con quello delle mandorle. Avevano usato ricotta freschissima.
Lo avvicinai alle labbra.
Il labbro superiore lambì la superficie ricoperta di granella e scendendo rimosse una parte della ricotta. Il gusto era magnifico e la consistenza finissima. La ricotta era stata lavorata a lungo e con maestria durante la miscelazione con lo zucchero.
Coi denti spezzai un pezzo dell’involucro.
Era croccante e confermava che era stato appena riempito. In caso contrario sarebbe stato morbido per aver assorbito l’umidità del suo contenuto.

I miei sensi erano pervasi da quel capolavoro.
Lo mangiavo lentamente, per farlo durare più a lungo, ma ad un certo punto non riuscii più a resistere e, noncurante dei presenti, usai la lingua come un cucchiaio, chiusi gli occhi e la infilai dentro al cannolo, raccogliendo il suo cuore e facendolo mio.

Fu un pranzo magnifico!

Antiche memorie (era d’estate)

21 Dicembre 2005 88 commenti


Lui si chiamava “Don Vito” ed era un tipico siculo, dal colorito bruno, gli
occhi dolci, l’espressione bonaria. Allora mi sembrava anziano, ma probabilmente avrà avuto non più di 45 anni!
Non dimenticherò mai il profumo di pane che scaturiva all’apertura del vano
posteriore del furgoncino bianco! Delizioso!!
Mentre era ancora caldo la mia nonna lo condiva con olio, sale e origano.
Ma non l’origano che vendono al supermercato, quasi inodore e insapore, ma
quello preso dai rametti raccolti nella vigna, dal colore verde intenso e
dal profumo che stordiva!

Alcuni anni dopo arrivò il registratore di cassa e don Vito non lo accettò.
Rimediò una multa salata e non girò più col furgone. Non parlò più.
Allora non capivo cosa gli fosse successo, ma oggi immagino che ebbe un ictus.
La bottega in paese, che profumava di mortadella, rimase in mano alla moglie, donna Tina, la quale la gestì bene, ma neanche lei accettò il registratore di cassa e prese un’altra multa.
Don Vito morì, donna Tina tirò avanti per molti anni.
La bottega adesso è chiusa, la loro unica figlia fa la ginecologa.
Non ho più sentito quel profumo di pane.

E l?estate trascorreva felice, di biciclette e nascondini.
La campagna attorno alle poche case era una distesa di papaveri, spighe e fiori di campo gialli.
I tramonti erano pesche che si scioglievano nel blu del cielo terso.
Ero solo un bambino, ma, senza rendermene conto, me ne nutrivo.
Avevo tanta poesia dentro, forse più di adesso.

Dopo cena l?atmosfera diventava magica per via del cielo stellato. Non c?erano luci nella strada e neanche pericoli.
Quel cielo non l?ho più visto, qualcuno l?ha portato via per sempre.
Si sentiva il nostro vociare e le nostre ombre che si inseguivano fin dentro la casa diroccata, con le sue storie di demoni e fantasmi.
Ci sedevamo sul muretto di pietra e a turno inventavamo le storie che avevano lo scopo di far rabbrividire le ragazze, che poi si sarebbero strette a noi.
Avrò avuto 12 anni e mi sentivo innamorato.
Lei si chiamava Mariarosa ed era di Genova.
Non la vedo da 25 anni, ma la ricordo come se l?avessi vista ieri.
La luna proiettava strie d?argento sui muri e lungo la strada e tutto cambiava fisionomia.
Lei mi appariva ancora più bella nella penombra che lasciava sfogare la mia fantasia.
Immaginavo sguardi che forse non ci sono mai stati e una complicità che forse ho conosciuto solo io.
Ma la magia non era una mia fantasia, quella c?era davvero.

Alle grida festose seguivano i sussurri. E poi il silenzio, rotto solo dal canto di qualche cicala. L?aria tiepida iniziava a diventare fresca e ci accarezzava provocando qualche brivido.
Era il momento più malinconico. Si avvicinava l?ora in cui le nostre mamme ci avrebbero chiamato per andare a dormire. Sarebbero seguiti i saluti e le promesse, come se l?appuntamento fosse per chissà quale anno, invece era solo per l?indomani.

Poi arrivava la fine dell?estate e ognuno tornava nella propria città.
Un giorno uno, un giorno l?altro…
Ogni anno si sperava di ritrovarsi l?anno successivo, ma sapevamo che non potevamo esserne sicuri.
Non dimenticherò mai l?ultima volta che la vidi.
Stavo davanti a lei come uno stupido a guardarla con la bocca spalancata e lei sorrideva dall?altro dei suoi 14 anni.
I suoi genitori si erano separati da tempo e lei viveva coi nonni e passava le vacanze con loro nella vecchia villa di campagna in Sicilia.
Mi disse che sarebbe andata al liceo e che avrebbe cambiato città e che forse non sarebbe più venuta in vacanza da quelle parti.
Quelle parole furono per me come un pugno nello stomaco. Lei lo capì e diventò triste, quindi mi abbracciò e mi baciò sulle labbra.
Sentii una vampata di calore bruciarmi il viso e appena mi ripresi dallo stordimento riuscii appena a sussurrare un timido “grazie”.
Scoppiò in una fragorosa risata e io mi sentii ancora più stupido e impacciato.
Lei tornò seria, mi guardò dritto negli occhi e mi rispose che era lei che doveva ringraziare me, per ciò che le avevo donato, in silenzio, col mio sguardo, nelle ultime estati.

Non dimenticherò mai il primo bacio sulle labbra della mia vita e tanta spensieratezza.

Flamenco…

25 Novembre 2005 71 commenti


Turbinio, passione, frenesia.
La luce è rossa. Il buio è nero. Non si distinguono altri colori. Un calore diffuso, il fumo acre.
L’odore del sudore e delle spezie.
La pelle è umida, appiccicosa, madida di sudore. L’anima lo è ancora di più. Si strugge in quell?avvicendarsi di emozioni. La gioia e il dolore si inseguono costantemente non lasciando mai spazio all?indifferenza, neanche nei confronti di un bastardino rognoso che passa sul marciapiede cinque metri più in alto. Chissà cosa pensa nel suo vagabondare stanco, chissà cosa prova, lui, che, nonostante tutto, è sempre morbosamente attaccato alla vita.
E le emozioni crescono, ed i pensieri cambiano, e le persone ballano.
E il pavimento di legno scricchiola sotto i passi di danza, anch’essi altalenanti. Prima leggeri come farfalle, poi pesanti come incudini, quindi morbidi come piume, per poi diventare rigidi come legni.
E il sudore mi bagna anche nel più profondo del mio io, dove nessuno è mai riuscito ad entrare.
E il caldo aumenta, ed è piacevole ma soffocante, e il ritmo incalza, ed è coinvolgente ma asfissiante.
E le sensazioni ballano e l’aria si riempie di emozioni che non riusciamo più a tenere prigioniere dentro di noi.
E’ un’evasione totale; i freni si rompono, gli schemi saltano, le sbarre si piegano, i muri crollano.
Inibizioni, tabù preconcetti, discriminazioni, lasciano il posto all’”animale”, all’essere puro, che si spoglia delle falsità e delle ipocrisie proprie dell’”essere pensante” e si lancia nudo nel vortice avvolgente del ritmo.
E il sudore lava.
Le origini emergono. Affiorano gradualmente, e il canto diventa sempre più difficile, proibitivo per chiunque non abbia dentro di se quelle origini. Produce una serie infinita di variazioni, melismi, scarti di registro.
E’ fortemente contaminato da inflessioni arabe, ebraiche, orientali, eppure appare trasparente, perché non pone limiti e non scende a compromessi.
Ci sono ottocento anni di dominazione alle spalle e il racconto della vita di tutti i giorni. Di un bambino che nasce, di un ragazzo che bacia la sua innamorata, di un vecchio che muore in un ospizio.
E la musica sale.
La chitarra si esprime con una tecnica di assoluta originalità. La particolarità sta nella posizione delle dita sulle corde, finalizzata a produrre un suono che abbia nello stesso tempo un valore tonale ed uno ritmico.
E il ritmo cresce. E la musica incalza.
L’atmosfera è rovente. Sembra mancare l’aria, ma non si sente il bisogno di respirare.
E l’emozione cresce e si trasforma in pianto, per poi esplodere in un riso beffardo.
E’ gioia o dolore? Sicuramente non è indifferenza.
La musica abbandona ogni schema e si trasforma, ora in jazz, poi in folk.
Dolore di un popolo. Gioia di un popolo.
Le mani dei percussionisti si gonfiano al contatto continuo con la pelle ruvida dei tamburi, ma il dolore fisico è troppo insignificante e viene coperto dalle grida di un?anima che denuncia la guerra, le ingiustizie sociali, Caino, la menzogna.
La danza ora è irresistibile, la musica ha il completo controllo della situazione. E’ assolutamente impossibile opporsi a quel ritmo.
La mente è offuscata, le membra non percepiscono più la stanchezza.
Siamo tutti uguali, un’unica massa pulsante, che, in una sorta d’isterismo, danza all’unisono, quasi ad elevare un canto unico. Una preghiera sola, che nasce sia da chi prova gioia, sia da chi prova dolore.
La ragione lascia il posto alla passione.
Le emozioni si amplificano. L’ambiente ovattato invece di attutire amplifica.
La vista è appannata, l’olfatto è alterato, l’udito è stordito.
La pelle è irrorata dal sudore che sgorga con assoluta libertà dai pori in un corpo dove non esistono più tensioni.
Il caos, all’improvviso, scompare, per lasciare posto a noi due travolti completamente dal vortice di un’immensa passione, trasportati in un’altra dimensione da questa incredibile musica.
Il luogo è l’Andalusia.
La musica risponde a un nome di origine sconosciuta: Flamenco.

A mia nonna…

14 Novembre 2005 26 commenti

I capelli soffici e argentati. Un viso sofferente con due occhi buoni, coperti da un velo di stanchezza.
Le mani tremanti e la voce lievemente rauca.
Era ancora giovane quando iniziò ad avere qualche acciacco e se li portò dietro per tutta la vita,fino all’ultimo istante.
Nonostante ciò era sempre impegnata ad accudire noi, i suoi nipoti, e a non pesare troppo ai familiari.
Un giorno cadde e si ruppe un paio di costole. Voleva portarci della frutta.
Per noi bambini era una sofferenza restare troppo tempo fermi a tavola ed eravamo scappati a giocare nel salone della bella villa di campagna. Lei non voleva che finissimo il pranzo senza aver mangiato della buona frutta e, dopo averla sbucciata e fatta a pezzetti, era venuta da noi con l’intento di imboccarci senza interrompere i nostri giochi. Non vide l’ostacolo e cadde.
Vidi la frutta volare e una smorfia di dolore sul suo viso.
Pensai a quant’era grande l?amore di quella donna per noi e poi corsi ad aiutarla. Avevo voglia di piangere e la sgridai perché era stata imprudente.
L’estate stava finendo e forse anche la mia infanzia.
Rimasi per ore a guardare il grande camino spento, mentre i miei la portavano in ospedale. Il pavimento verde emanava una gradevole frescura e il camino mi parlava delle belle feste d’inverno che forse non sarebbero tornate. Un carnevale che aveva lasciato coriandoli in ogni fessura per anni ed anni. Un Natale di salsicce e patate avvolte nella carta stagnola. Una danza con una bambina che era ancora nei miei occhi e nel mio cuore. Ricordo che mi sembrò che il tempo si fosse fermato. E poi, finalmente, tornarono.
Da quella volta non ci alzammo più da tavola senza aver mangiato anche la frutta, ma lei restò per un paio di mesi a letto ad aspettare che le sue povere costole guarissero.
Ed arrivò l’inverno, che significava tosse e borse dell’acqua calda. La mantellina di lana verde acqua, fatta con le sue mani, non la lasciava mai. Era calda al tatto, mentre le sue mani erano sempre fredde.
Nei ventuno anni in cui fu presente nella mia vita non ebbi mai un rimprovero da lei, solo parole dolci e consigli saggi.
Quando capii che stava morendo mi resi conto che mai nessun altro avrebbe potuto amarmi così tanto e incondizionatamente.
Ed ebbi la sensazione che il mondo mi stesse crollando addosso.
Non lo so dove si trovi adesso, ma spesso la sento accanto a me e sento il calore del suo amore a scaldarmi l’anima.
Ciao nonna, sarai sempre nei miei pensieri e nei miei ricordi.

Chicago eyes…

19 Ottobre 2005 45 commenti


Una voce in francese mi avvertiva che l’utente non era raggiungibile. Sarebbe già dovuta atterrare da mezzora.
La camera dell’Hyatt Regency mi appariva come una bella prigione dorata, con le sue luci calde, soffuse, gli arredi ricercati e la musica in sottofondo.
Continuavo a guardare dalla finestra, come se fosse dovuta arrivare da lì.
Vedevo la sagoma illuminata del “John Hancock Center” di fronte a me e immaginavo che improvvisamente sparisse per lasciar posto a quegli splendidi occhi azzurri e a quei lunghi capelli biondi.
Vedevo la vita della città scorrere sopra il ponte sul Chicago River. Gente elegante, apparentemente serena, sorridente mentre si apprestava a percorrere “The Magnificent Mile”, coi suoi bei negozi. Anche i musicisti di strada sembravano felici, forse perché il vento gelido dell’inverno aveva smesso di soffiare lasciando il posto ad una timida primavera.
Ancora una telefonata e ancora la voce in francese.
“Troveremo del tempo per noi…” mi aveva scritto pochi giorni prima “tanto a cosa serve dormire…”.
Quella frase mi bruciava dentro come se fosse fuoco.
Continuavo a ripetermi che non significava nulla, che intendeva dire che ci saremmo ritrovati a cena fuori e poi a bere qualcosa, come era già successo a Roma.
Ma non ci credevo nemmeno io a ciò che continuavo a ripetermi. Non lo so che cosa volessi veramente.
Finalmente udii il segnale di libero e, dopo un paio di squilli, la sua voce. L’aereo aveva ritardato di un’ora.
Uno scambio di battute come fra vecchi amici e poi le dissi che dall’aeroporto all’hotel c’era circa mezzora di strada.
Non pensava che volessi aspettarla, perché erano già le 10 di sera! Mi disse di andare a dormire se ero stanco, visto che avevo 7 ore di jet lag.
Ma come avrei mai potuto dormire. Avevo i nervi a fior di pelle per l’attesa e soprattutto perché ero confuso, insicuro, come non mi capita mai di essere.
Le dissi che l’avrei aspettata per salutarla. Il suo “ok” fu immediato e squillante, era chiaro che non le dispiaceva affatto.
I minuti d’attesa erano interminabili e mi sforzavo di non pensare… a nulla…
Guardavo ancora dalla finestra. Il cielo nero, abbagliato dalle tante luci, non mi permetteva di vedere le sue stelle. Doveva esserci parecchio rumore là fuori, ma non sentivo niente. Solo le note di un pianoforte che suonava la Gymnopédie n.1 di Erik Satie.
Lo squillo del telefono mi fece trasalire e non ero sicuro se fosse vero o solo frutto della mia immaginazione.
La sua voce suadente mi disse che era in hotel. Un po’ imbarazzato le chiesi se voleva incontrarmi al bar per bere qualcosa insieme. Lei rispose che era stanca e doveva anche mettere a posto i bagagli. Mi chiese di passare da lei… se non mi dispiaceva…
No che non mi dispiaceva, proprio per niente!
Uno sguardo allo specchio. Ampie occhiaie tradivano la stanchezza che mi portavo addosso senza sentirne il peso. Mi dissi che un viso vissuto poteva essere ancora più affascinante e uscii dalla porta.
Sfiorai appena il campanello e lei aprì immediatamente. Un sorriso radioso in mezzo a quel viso dai lineamenti delicati e gli occhi grandi e luminosi. I capelli le ricadevano sulle spalle come una cascata d’oro e indossava un paio di jeans attillati e una camicia bianca sagomata.
Era splendida nella sua semplicità…
Rimasi incantato a guardarla, mentre me ne stavo sull’uscio senza riuscire a parlare, ma poi mi resi conto che sarebbe stato meglio entrare se non avessi voluto rischiare d’incontrare qualcuno dei partecipanti al congresso!
Chiuse la porta e ci abbracciammo… stretti… strettissimi… sentivo il suo profumo e la mia mente volò a Roma, dove ero solo riuscito a sfiorare quell’essere etereo, delicato, quasi surreale.
Ed era fra le mie braccia, mentre Chicago, dalla finestra, ci stava a guardare…